I Social media al servizio di attività benefiche. Un esempio dagli Stati Uniti

L’attività di comunicazione digital del Children’s Hospitals and Clinics of Minnesota è un esempio di successo di e-philanthropy – connubio tra social media e fundraising.

Grazie ai fondi raccolti attraverso internet, infatti, la Fondazione del Children’s riesce ad offrire gratuitamente cure pediatriche specialistiche a pazienti indigenti e ad accogliere e sostenere le famiglie.

La strategia digital del Children’s ha come obiettivi: la creazione dell’awareness nei confronti della struttura e del suo operato, l’educazione alla donazione, l’incoraggiamento dei donatori a condividere le proprie storie con amici e conoscenti, perchè anche questi ultimi sposino la stessa causa.

La Fondazione comunica agli utenti della rete attraverso

  • social network,

  • un blog su cui vengono raccontate soprattutto le storie dei benefattori che sostengono l’attività della struttura,

  • un sito, trasformato in un contenitore di storytelling per costruire e rafforzare l’immagine positiva della Fondazione attraverso la pubblicazione delle piccole e grandi avventure che accadono tra le pareti delle struttura.

Per approfondire la case history clicca qui.

Social media e fundraising, un binomio vincente

Una frontiera importante per la comunicazione delle Associazioni e delle Fondazioni umanitarie è la e-philanthropy, ovvero l’utilizzo di internet e delle strategie di engaging dei Social Media per i settori del no-profit e del fundraising al fine di coinvolgere e sensibilizzare le persone perché contribuiscano economicamente alla causa.

Vista l’alta potenzialità di engagement dei Social Media su larga scala ma anche per attività locali, la e-philanthropy può portare risultati positivi nella raccolta fondi sia agli enti internazionali che a quelli locali.

Al connubio vincente tra digital e no-profit è stato persino dedicata una sessione di discussione durante il World Economic Forum dello scorso gennaio, da cui è tratto il video in alto.

Il testamento: una cosa da ricchi o da utenti dei Social Network

Alcune agenzie americane che si occupano di volontà testamentarie hanno cominciato a stilare le linee guida per i testamenti social prevedendo un curatore che si occupi di chiudere o di organizzare gli account secondo le disposizioni del defunto.

Da qui la domanda: ma cosa succede ai nostri account social quando “passiamo a miglior vita”?

C’è chi preferisce che restino attivi per lasciare ad amici e parenti la possibilità di sbirciarli di tanto in tanto e chi chiede che vengano definitivamente chiusi.

In realtà, gli account andrebbero chiusi perché spesso sono legati tra loro e, in alcuni casi, conservano i dati delle carte di credito. Perciò, qualora qualcuno riuscisse ad accedere ad uno degli account, potrebbe raccogliere quante più informazioni possibili per rubare l’identità del defunto.

A quanto pare, quindi, anche se squattrinati e convinti che il testamento sia una cosa da ricchi, saremo tutti costretti a fare almeno il testamento social perché le nostre impronte sul web non ci si ritorcano contro.

Per approfondire l’argomento clicca qui.

Facebook, investimento inutile o facile argomento per attrarre notorietà?

Di seguito riportiamo alcune dichiarazioni con cui siamo in totale disaccordo rilasciate da Marco Camisani Calzolari, professore di Comunicazione Aziendale e Linguaggi Digitali allo IULM, e Bruno Pellegrini, fondatore e Ceo di TheBlogTV, pubblicate sul sito di Repubblica Economia giovedì scorso:

Facebook alimenta una bolla che deve essere fatta esplodere. È sicuramente una vetrina per le aziende, ma non è il luogo dove gli affari si concludono. E nel frattempo il social marketing si è ridotto al numero di fan di una pagina, senza che questo porti risultati.

Bastano 20 dollari per 50mila nuovi fan. L’ho provato, con successo, su Twitter e su Facebook. C’è un mercato in piena bolla che non porta benefici a nessuno. Se l’unico obiettivo è il numero, allora i social network di questo tipo avranno vita dura. Facebook continuerà a funzionare se si trasformerà in un driver di contatti.

Il ritorno di questi investimenti è molto basso e il vero motivo per cui si continua a investire sulla crescita delle fan page è battere i concorrenti. Questo è il genio di Zuckerberger, aver creato una sorta di gran premio della pubblicità dove i brand si sentono di dover esserci anche se non ne traggono alcun valore.

Lavorando quotidianamente sui social media ci è sembrato doveroso scrivere alcune considerazioni.

Gli investimenti in Facebook vanno distinti in azioni di engagement e di advertising.

Le azioni di engagement sono quelle direttamente connesse alla pagina fan e tentano, attraverso i contenuti e quindi lo storytelling, di costruire un rapporto duraturo e continuo con i fan della pagina e di coinvolgerne di nuovi.

È interesse del brand e di quanti ne curano la comunicazione online costruire una strategia digital che punti a dei contenuti forti e coinvolgenti oltre che ad obiettivi realistici di numero di fan. Questi, inoltre, non possono rappresentare lo scopo ultimo di una pagina Facebook dal momento che l’acquisizione di un fan è solo il primo step della strategia digital: l’obiettivo finale è il coinvolgimento di quest’ultimo attraverso i Like e i commenti.

Questa è la ragione per cui si tenta di evitare facili scappatoie come la compravendita di fan, che esiste, ma viene praticata da quanti sono concentrati soltanto sulla crescita del numero dei fan della pagina e non si occupano del grado di engagement degli stessi.

Ci si potrebbe chiedere a questo punto  qual è il ROI di una pagina fan. A tale domanda nessuno risponderà mai, forse nemmeno Zuckerberger, dicendo che grazie a Facebook un brand vende di più.

Attraverso una pagina Facebook, infatti, è possibile

  • costruire un posizionamento preciso del brand nella mente dei fan avviando una comunicazione continua e diretta tra brand e utenti;

  • creare valore per il brand rafforzandone l’equity;

  • fornire un servizio di customer care: secondo alcune ricerche, infatti, gli utenti sempre più spesso scrivono dei propri problemi con prodotti o servizi direttamente sulla pagina fan, evitando di contattare il servizio clienti.

Facebook, quindi, è già driver di contatti a differenza di quanto asserisce Marco Camisani Calzolari e, dal punto di vista dell’engagement, non può essere considerato una bolla pericolosa.

Per quanto riguarda invece gli investimenti in adv su Facebook, essi sono stati oggetto negli ultimi giorni di contrastanti dichiarazioni: quelle a sfavore di Joel Ewanick, Direttore Marketing di GM, e quelle a favore di Matt Van Dyke, Direttore Marketing di Ford.

Con 901 milioni di utenti attivi, 526 milioni di utenti giornalieri – in aumento del  41% rispetto all’anno precedente –  Facebook sembra essere una buona piattaforma su cui investire in adv, l’importante è, però, seguire il consiglio del direttore Marketing di Ford secondo il quale “non farai le giuste scelte se considererai Facebook un network per l’adv”: l’ideale, infatti, sarebbe considerarla una piattaforma per l’engagement dei fan.

Quali potrebbero essere quindi le finalità di un investimento adv in Facebook? Segnalare un brand o un prodotto ai fan del social network in target perché comincino a seguirne la pagina fan e, in generale, le attività online del brand per avviare un ulteriore canale di comunicazione tra il brand e i fan.

Marco Camisani Calzolari e Bruno Pellegrini hanno parlato infine dei forum e dei social network di proprietà che potrebbero rappresentare il futuro prossimo del coinvolgimento dei fan: si tratta degli esperimenti di crowdsourcing di cui abbiamo già parlato. Questi, però, non sono da considerarsi in alternativa a Facebook. Anzi, il social network di Zuckerberger potrebbe essere il luogo in cui i brand avviano un primo contatto con i fan per poi sviluppare relazioni durature su piattaforme proprietarie.

Per leggere l’articolo integrale pubblicato su sito di Repubblica clicca qui.

Qual è il valore economico del tuo account Facebook?

Domani 18 Maggio 2012 Facebook si quoterà in borsa. Secondo le ultime stime, il Social Network di Zuckerberg potrebbe esser valutato fino a 103 miliardi di dollari.

Di fronte a questa cifra è legittimo chiedersi qual è il valore economico di ciascun iscritto.

Adesso è possibile calcolarlo in modo approssimato rispondendo a 7 semplici domande. Abine, un’azienda che si occupa di privacy online, infatti, ha creato Val-You-Calculator, uno strumento per calcolare il valore di ciascun iscritto prendendo in considerazione, tra gli altri dati, le ricerche di analisti finanziari indipendenti e i costi delle inserzioni su Facebook.

Vuoi conoscere, dunque, qual è il tuo apporto alla ricchezza di Zuckerberg? Trovi il test cliccando qui.

Dai social network parte la battaglia contro i social network

L’essere umano è fatto per guardare, ascoltare ed emozionarsi

140 caratteri non significano tenersi in contatto

Evolviti: passa da un post in bacheca a una conversazione di prima classe

Questi sono solo alcuni degli slogan della campagna social che Skype sta conducendo contro i Social Network negli USA e nel Regno Unito. L’obiettivo della campagna è sottolineare la completezza dei rapporti che si possono avere su Skype rispetto ai Social Network.

Ma non è l’unica campagna di questo tipo contro le piattaforme social.

Anche Honda, la compagnia automobilistica e motociclistica giapponese, ha avviato una campagna simile intitolata #Pintermission. L’azienda ha invitato gli utenti a prendersi una pausa di 24 ore da Pinterest perchè vivano pienamente il mondo reale facendo quelle esperienze che i loro pin evocano. Tutta la campagna, però, vive sui social network, anche e soprattutto su Pinterest.

Insomma, sembra che l’ultima frontiera della comunicazione digital sia minare i social network dal loro interno per differenziarsi dalle campagne che le aziende hanno portato avanti fino a questo momento in cui si incentivavano gli utenti a spendere sempre più tempo sulle piattaforme social.

PR: i nuovi trend

Vi presentiamo 5 trend che si sono affermati nelle PR con lo sviluppo dei Social Media:

  • Attenzione allo Storytelling: coinvolgere direttamente gli utenti raccontando il brand attraverso le storie curiose che lo riguardano e pubblicando materiale interessante e utile a rafforzare il legame con i suoi fan. Gli obiettivi sono: raggiungere il cuore degli utenti con storie di qualità e costruire delle occasioni di incontro oltre che un dialogo continuo tra le aziende e gli online Opinion Leader.

  • Monitoraggio preventivo: conoscere chi parla di un brand e in quali contesti per poter costruire strategie di comunicazione on ed off line che coinvolgano direttamente tutti gli Opinion Leader. Con il monitoraggio è possibile non soltanto misurare i risultati di una campagna di comunicazione, ma anche e soprattutto stimolarli attraverso precise strategie.

  • Analisi dei dati: essere capaci di interpretare i dati di una campagna di comunicazione on ed off line per capire l’efficacia degli sforzi comunicativi oltre che rivedere la strategia nel caso non abbia raggiunto gli obiettivi prefissati.

  • Comunicazione visiva: con la nascita di piattaforme come Pinterest, Tumblr e Instagram sono cresciuti nelle persone il senso artistico e l’interesse per le belle immagini che vengono condivise con piacere sui vari social network. Quanti si occupano di PR, quindi, non possono sottovalutare ciò; i contenuti visivi, infatti, sono diventati un veicolo importante per attrarre l’attenzione degli utenti.

  • Forte spirito di adattamento – che sappiamo essere già un’attitudine di quanti lavorano nel mondo delle PR: ogni giorno, infatti, si assiste a un’innovazione, un altro Social Network, una diversa piattaforma di condivisione… I professionisti delle Relazioni Pubbliche devono conoscere queste novità per massimizzare la resa della strategia comunicativa. È necessario, quindi, prendersi del tempo per aggiornarsi e fare pratica delle novità.

Insomma, i Social Media hanno rivoluzionato le Relazioni Pubbliche nel profondo. Si è passati da un mondo fatto di rapporti con giornalisti ed Opinion Leader in cui si dava conto dell’operato con la rassegna stampa mattutina ed in cui la comunicazione aziendale risultava pilotata quasi esclusivamente dai vertici dell’azienda, a un mondo in cui si interagisce direttamente con gli utenti e dove la parola chiave è immediatezza.

Le opinioni su un’azienda, un brand o un prodotto, infatti, sono un po’ ovunque per la rete ma soprattutto possono essere pubblicate da chiunque – fan, dipendenti scontenti, detrattori… – è perciò necessario conoscerle subito, magari attivando degli alert, per esser pronti ad intervenire qualora sia necessario.

Ci sono, quindi, molte opportunità da cogliere nell’ambito delle PR basta iniziarsi al mondo dei social media familiarizzando con gli share, i like, i commenti, i pin e i retweet che ne sono la linfa vitale. All’inizio ci si sente spaesati e si prova un senso di vuoto, ma poi con gli accorgimenti giusti tutto si incanala nella giusta direzione e si possono calcolare senza difficoltà i risultati delle proprie azioni.

Per approfondire l’argomento clicca qui.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.